Marco Spagnoli

I intend to live forever. Or die trying...Groucho Marx

Interviste

Qui di seguito una serie di interviste a persone oggi scomparse che sono onorato di avere incontrato e che desidero ricordare attraverso le loro parole.


La passione dell’Eterno Ritorno – Intervista a Bigas Luna (2004)

“L’eterno ritorno è un concetto filosofico che mi ha sempre molto affascinato. E’ l’elemento che dona un po’ di suggestione ad una relazione. Forse è un’illusione oppure una necessità dell’anima, quella di vivere la menzogna che – un giorno – potrà tornare con la persona amata in quella medesima condizione, mentre qualcosa – invece – ti trascina sempre via.” Così Bigas Luna, regista di Prosciutto, Prosciutto; Uova d’oro e La cameriera del Titanic, parla di uno dei temi principali di Son De Mar il film “scandalo” tratto dal romanzo omonimo del suo amico Manuel Vicent.  Per il regista Bigas Luna, al quale il produttore aveva pensato sin dall’inizio, la storia raccontata da Vicent nel suo romanzo contiene molte delle sue ossessioni, come il sesso, il cibo e la morte. Una passione condivisa da un’alta percentuale di Spagnoli a giudicare dalle 100.000 copie del libro vendute in pochi mesi. “Non so spiegare perché, ma il mio cinema è sospeso tra la vita e la morte. C’è sempre qualcuno che muore e io – davvero – non so dire perché.”  Dice Luna che parla con grande ironia del suo rapporto con gli scrittori: “So bene che a molti di loro non sono piaciuti i film che ho tratto dai loro libri, ma, almeno, hanno avuto il buon gusto di non dire nulla. Reputo una grande maleducazione parlare male dei film tratti dai libri da parte degli autori dei romanzi. Hanno venduto i loro diritti e basta così. A me fortunatamente non è mai capitato. Quando succede lo trovo di pessimo gusto. Io, per questo motivo, tendo a non conoscere mai chi scrive i romanzi su cui lavoro. Li ringrazio per lettera, ma poi il film è un affar mio. Nel caso di Son de Mar, però, Manuel Vicent lo conoscevo già da prima.” Ambientato sulla riva del Mediterraneo “Un mare che” sottolinea Luna “Racchiude ogni cosa e contiene tutto il bene e tutto il male possibili.” Son de mar racconta la storia di Ulises (Jordi Molla), diventato il nuovo insegnante di lettere nel liceo di una cittadina costiera. Attraverso l’odore del mare, delle arance e delle patatine fritte preparategli da Martina (Leonor Watling), scopre la sensualità del Mediterraneo e si innamora follemente della ragazza. Per conquistarla, le racconta delle bellissime storie. Un giorno però Ulises scompare e Martina decide di sposare Sierra (Eduard Fernandez) un ricco costruttore della zona che le offre tutto quello che una persona potrebbe desiderare. Tutto, tranne quello che qualche anno dopo le porterà Ulises tornato dal lungo viaggio. “Amo il Mediterraneo con il suo paesaggio ineguagliabile rovinato però dalla cementificazione selvaggia. Il film riflette la convivenza di paesaggi sublimi e orrori moderni. Inizialmente avevamo pensato di togliere le sedie di plastica dei bar e sostituirle con delle sedie di legno ma alla fine mi è sembrato più giusto lasciare le cose com’erano. Il proverbio che dice: “Non tutti i mali vengono per nuocere” e potrebbe essere completato dalla postilla “Non è bello tutto ciò che luccica”.  Purtroppo l’aspetto eccessivamente turistico e kitsch del Mediterraneo è un pedaggio che siamo costretti a pagare. Dobbiamo guardare anche questo lato oscuro accettando il fatto che forse è quello più gradito ed apprezzato dalla maggior parte della gente che vieni qui. Sono profondamente mediterraneo ma al tempo stesso sono minimalista. Per me la perfezione è camminare su una spiaggia con il mare a destra e la montagna a sinistra. Inoltre, ho molta paura del mare, sono un uomo di costa. Quando durante le riprese siamo usciti in mare per girare alcune scene, me la sono vista brutta. Nutro un profondo rispetto per il mare”. Conclude Luna che con Son de Mar continua la sua esplorazione della passione e di sentimenti come la gelosia. “Nel mio cinema si vivono tutti sentimenti ‘sani’ da far vedere nelle scuole. Non capisco, perché – invece – qualcuno si ostini a considerare la violenza non diseducativa, mentre il sesso deve essere vietato.”  Uno dei motori all’interno della storia di Son de Mar e – soprattutto – parte integrante del cinema di Bigas Luna è la gelosia: “E’ un sentimento che in qualche maniera mi sento di raccomandare. In eccesso è una malattia, ma un po’ di gelosia è una gentilezza. Vivere con una donna ed esserne geloso significa dimostrarle amore. Una compagna che è un po’ gelosa di te, ti gratifica del suo affetto.” E la gelosia può essere provata da un regista nei confronti degli attori dei suoi film come quella Penelope Cruz, diventata una superstar in America con un cinema completamente diverso? “Se fosse per me io vivrei come un sultano tenendo in un grande palazzo tutte le persone che lavorano con me, senza distinzione tra attori e tecnici. Darei loro da mangiare, da bere, da dormire e anche gli svaghi. Ma tutti, però, dovrebbero lavorare esclusivamente per me. Nemmeno io li tradirei. Scenderei da loro e per fare il casting mi basterebbe guardarmi intorno. Provo grande gelosia quando qualcuno lavora con qualche altro…ma siamo in una democrazia…” Scherzi a parte Bigas Luna segue da lontano il lavoro e la carriera delle persone che hanno lavorato con lui. “Tutto quello che vogliono gli attori è comparire sulle prime pagine delle riviste.”   Ma sono soprattutto le attrici a connotare profondamente il cinema del regista spagnolo: “Io amo molto le donne. Le trovo migliori di noi uomini e più intelligenti. Le uniche cose che contesto loro sono due cadute di tono: l’incapacità di accettare il tempo che passa, l’innamorarsi di imbecilli magari solo perché sono belli…” Un esempio di donna ‘perfetta’ che è stata capace di accettare con serenità il corso del tempo? “Stefania Sandrelli e non perché pur essendo una nonna sia ancora affascinante, bensì perché il suo spirito è in perfetta armonia con lo scorrere della vita. “ Luna si concede una riflessione rispetto al passato “Io sono un inguaribile narratore come Horty il protagonista del mio film L’immagine del desiderio, ma come Goya (sono nato il suo stesso giorno) tendo verso la luce e nel cercarla incontro le tenebre. Nonostante io sia interessato a raccontare l’erotismo, Bambola per quanto riguarda la sessualità è stato per me un cul de sac. Non farò mai più film così espliciti e diretti. “

Intervista a Vittorio Emanuele Giuntella (1995)

Il dovere di non dimenticare

di Marco Spagnoli

Il Professore Vittorio Emanuele Giuntella, classe 1913, docente di storia dell’età dell’Illuminismo presso l’Università “La  Sapienza” di Roma e di storia moderna e contemporanea al Magistero “Maria SS.Assunta”, ora in pensione, è un personaggio carismatico. I suoi profondissimi occhi azzurri, infatti,e la sua lunga barba bianca incutono un timore reverenziale per chi lo ascolta accompagnare le sue parole ed i suoi ricordi con uno spirito molto acuto, che, in nessuna maniera sembra mitigato dall’età non più giovanissima. Testimone d’eccellenza della Seconda Guerra Mondiale, il professore Giuntella non ha dimenticato nulla di quegli anni, che lo hanno visto passare, in qualità di ufficiale degli alpini, dal mare di Albania fino alle nevi dei campi di internamento tedeschi.

Professore, qual è il ricordo più vivo che lei ha della Seconda Guerra Mondiale?

La gran canagliata che Mussolini fece con lo spingere la nostra nazione in una guerra assurda ed ingiusta. Chi dice che Mussolini non fosse al corrente dello stato reale della nostro esercito mente sapendo di mentire. Mussolini sapeva benissimo che non eravamo pronti alla guerra, ma volle entrare in guerra lo stesso, probabilmente anche sotto la pressione di Hitler. Ricordo che ne ero cosciente a tal punto che quando mio padre mi venne a salutare a Brindisi dove mi stavo imbarcando per l’Albania gli dissi subito che qualora fossi morto non avrei voluto che il mio nome fosse scritto tra quelli dei “martiri fascisti”. Noi eravamo in torto ed io lo sapevo.

Una guerra ingiusta che lei ha combattuto, nonostante tutto, prima in Albania poi in Slovenia…

Sì, ma prendendo l’ impegno solenne con me stesso che non avrei mai ucciso nessuno. Ho rischiato molte volte la vita per salvare delle persone, ma senza mai usare violenza a qualcun altro. Poi, sa, la guerra è strana e terribile. Una notte in Grecia dopo un attacco, trovai due soldati in fin di vita, uno greco ed un italiano che si tenevano per mano. Unii alle loro mani la mia dicendo prima in greco la parola Adelfoi e traducendola dopo in italiano con “Fratelli”.

Dopo l’8 settembre 1943, lei fu preso prigioniero dai tedeschi che la portarono in alcuni dei campi di internamento più  terribili: Deblin e Wietzendorf…

Con l’aggravante che noi italiani, per decisione di Mussolini, non potevamo essere trattati come prigionieri di guerra, in quanto Mussolini sperava di cavare da noi dei soldati che combattessero per lui nella Repubblica Sociale o che si aggregassero alle SS tedesche. Rimase, però, deluso. Pochi furono coloro che firmarono per la RSI. E questo ci costò molto, perché fummo trattati in maniera terribile. Male quasi quanto i russi e gli ebrei che da Hitler furono sterminati.

Come si sentiva a vivere da prigioniero?

Malissimo fisicamente, perché oltre a dimagrire di sessanta chili, contrassi la tubercolosi, ma molto bene moralmente, perché avevo finalmente potuto rifiutare la barbarie nazi-fascista, che mi era apparsa vieppiù orribile quando finalmente mi resi conto di quello che stava accadendo in Europa in due momenti diversi: Una prima volta fu alla stazione di Lipsia, allorché, dal finestrino del carro merci che da oltre quattro giorni ci trasportava al campo di internamento, vedemmo un carro accanto al nostro carico di donne e bambine ebree che, probabilmente, stavano facendo il loro ultimo viaggio alla volta di Auschwitz o di Mathausen. Restammo sbigottiti, noi, in Italia non ne sapevamo nulla. Rimanemmo, però, ancor più stupefatti, la seconda volta, quando in uno dei tanti campi dove sono stato venimmo a contatto con degli ebrei che ci raccontarono del bombardamento del ghetto di Varsavia. Loro erano coscienti di essere scampati alla morte, ma solo per poco, perché “Prima o poi “- dicevano – “I tedeschi ci uccideranno. E qualche giorno dopo scoprii che avevano ragione.

In che cosa consisteva la vita all’interno del campo?

Si cercava di sopravvivere alle malattie, alla fame, si tentava di evitare di impazzire e soprattutto provavamo a non cedere alle lusinghe dei nazisti e delle loro spie che continuamente ci invitavano a “collaborare”. Personalmente mi sono sentito molto aiutato dagli insegnamenti che avevo ricevuto al liceo dai Padri Scolopi e dall’incontro con le tante persone straordinarie con cui ho superato tra cui citerò solo due famosissime come Novello e Giovanni Guareschi che col loro umorismo e con il loro spirito seppero più di una volta dare forza agli altri prigionieri.

Il ricordo della prigionia è un ricordo del tutto negativo quindi

Dal punto di vista strettamente personale sì, dal punto di vista storico ho potuto vivere in quegli anni cose che non si vivono generalmente in una vita intera. Pensi, che quando arrivammo come primi italiani internati in un campo di prigionia fummo fischiati dagli altri prigionieri che erano di nazionalità diversa dalla nostra, tanto che un ufficiale mi disse “Proprio a noi toccava rappresentare l’Italia in quest’Europa dei prigionieri unita!” ed io gli risposi:” E’un onore che a qualcuno pure sarebbe dovuto toccare.” Senza pensare che stavamo anticipando quell’internazionalismo europeista che sarebbe stato proprio degli anni successivi alla fine della guerra.

Come fu il ritorno a casa?

Fummo trattati male. Nonostante molti fossero morti per la loro scelta, non tutti capirono che la scelta più facile non è sempre la migliore. Non volevamo essere trattati da eroi, perché eroe era solo chi era morto, ma non volevamo che la nostra esperienza fosse quasi volutamente ignorata da coloro i quali volevano dimenticare quella sorta di guerra civile che è stata combattuta in Italia dai partigiani e da noi nei campi di concentramento nazisti. Vede, qui vicino a me abita un mio vecchio compagno di prigionia che è impazzito durante l’inverno del ‘44 quando tutto sembrava perduto. Io, oggi, l’incontro ancora, ma non lo saluto. Non mi riconosce oggi, come non mi riconobbe più allora, dopo quel maledettissimo inverno. Sono passati cinquanta anni, ma per lui l’incubo non è ancora finito.

Che sentimenti ha nei confronti di coloro i quali optarono per le SS o per la Repubblica Sociale Italiana?

Nessun sentimento di vendetta, perché oltre ad essere uno storico sono un cristiano e so perfettamente che giudicare le  azioni in quei frangenti può essere proprio solo di Nostro Signore. Avrei voluto, però, che ci fosse una sorta di discriminazione nei loro confronti dopo la guerra. Avrei preferito cioè, che non ricoprissero cariche istituzionali oppure nell’esercito, perché la loro scelta era stata, comunque, una scelta contro la civiltà.

Professore Giuntella, da storico e non da ex-combattente, che giudizio dà della Seconda Guerra Mondiale?

Fu una guerra di liberazione dalla peste del nazismo e da quella sua grottesca imitazione mal riuscita che fu il fascismo. Fu una guerra che cambiò la storia e che ci ha aiutato a ricominciare a sperare di nuovo. Se non ci fosse stata noi vivremmo, forse, ancora sotto il dominio nazista del mondo, sotto la tirannia della prevaricazione e la follia dell’assolutismo totalitario. Prima della guerra sono stato pedinato per due anni dalla polizia fascista, ma non ho subito, almeno direttamente, nessun torto. Se avessi vissuto in Germania, la Gestapo col suo diritto di uccidere senza processo, mi avrebbe eliminato il prima possibile. E’ da situazioni del genere che ci siamo liberati grazie alla Seconda Guerra Mondiale.

Cosa significa per lei, a cinquanta anni di distanza dalla fine della guerra, avere vissuto questa esperienza ?

Sono chiamato in tutte le scuole di Italia per raccontare e spiegare quello che ho vissuto. Per tutta la vita, poi, ho cercato di non dimenticare quello che ho visto e di portarlo, dolorosamente, dentro di me. Di questo sono molto contento, perché anni fa, mentre ero al cimitero di guerra d’Amburgo, mi sono imbattuto nella tomba di un mio compagno di baracca che conoscevo molto bene. Io ce l’ho fatta, lui no. E’a gente come questa che lo dobbiamo è per loro che non possiamo dimenticare. Per quelli come me, raccontare quello che abbiamo vissuto è un dovere non solo nei confronti di noi stessi o della storia, ma anche nei confronti di coloro che abbiamo lasciato lassù in Germania.

(TUTTOSCUOLA, Aprile 1995)

Intervista a Youssef Chanine (1998)

Contro tutti gli integralismi, di ieri, di oggi, di domani.

Youssef Chanine ha settantadue anni dato che è nato a Alessandria d’Egitto nel 1926.

Dopo avere studiato negli Stati Uniti a Pasadena, nel 1949 Chanine è tornato nel suo paese, l’Egitto, per girare – all’età di 23 anni – il suo primo film Baba Amine.

Da allora il regista ha girato quasi quaranta film e già nel 1951 con I figli del Nilo ha aveva partecipato al Festival di Cannes. E’ stato, però, stato nel maggio scorso che Youssef Chanine ha vinto il cosiddetto Premio del Cinquantenario del Festival per la sua opera e per il suo film Al Massir che in arabo significa Il destino. E’ la storia del filosofo arabo del medioevo Averroè (Ibn Rushd) che cerca di salvare i libri dei filosofi greci antichi dai roghi impostigli dai fanatici del Califfo Al Mansour.

La pellicola costituisce – ovviamente – una metafora del ruolo degli intellettuali arabi del giorno d’oggi contro il fanatismo religioso e il fondamentalismo islamico.

Monsieur Chanine, qual è l’importanza di Averroè nella storia dell’Islam e perché ha deciso di dedicare alla sua figura un film ?

Ero innamorato della sua idea che la sapienza non conosce frontiere né di tempo, né di spazio. Averroè era un uomo dedito allo studio e alla cultura da qualsiasi posto questa provenisse e da qualsiasi persona. Senza pregiudizi e senza idee preconcette. Oggi nel mio paese degli imbecilli stanno tentando di far dimenticare questa regola semplice, ma fondamentale. E’ per questo che ho voluto dedicargli un film al suo amore per la cultura e la modernità della mente. Io non posso pensare di potere vivere in mezzo a dei reazionari che nonostante tutti i mezzi di comunicazione non vogliono conoscere e capire chi ti sta accanto.

La gente comune ha un’idea particolare dei filosofi che sono spesso visti come persone con la testa tra le nuvole. Qual è l’immagine di sé che dà nel suo film Averroè ?

Averroè non era né un pensatore inteso come la raffigurazione che ne fa Rodin nella sua famosa scultura, né tantomeno un uomo distratto dalle cose reali. Era un uomo come tanti  semplice e gentile, ma era anche un filosofo che teneva in gran conto il valore della conoscenza e il suo peso.

Nonostante sia una pellicola che racconta la vita di un filosofo nel medioevo Il destino sembra assomigliare molto a un film d’azione ?

Anche a un western volendo…(ride) le do un indizio migliore : io odio la gente noiosa.

Quando stavo per fare questo film ho riletto Alessandro Dumas e ho apprezzato di nuovo il suo modo di raccontare cose molto serie in una maniera divertente che poteva diventare interessante per il lettore. Io – nel mio film – ho cercato di fare la stessa cosa.

Mi piacciono le scene veloci. E’ il mio modo di fare : parlo veloce, piango veloce, ballo veloce.

Il suo film ha già suscitato molte polemiche in Egitto e – pare – che siano state formulate delle minacce nei suoi confronti da parte dei fondamentalisti islamici. Non ha paura ?

Io appartengo al mio pubblico. Se mi preoccupassi delle possibili conseguenze di ciò che faccio non farei mai nulla. E’ il mio lavoro prendere la macchina da presa e raccontare delle storie.

Nei suoi film lei dedica sempre un grande spazio alle donne. Perché ?

Non ho mai potuto sopportare le divisioni tra i sessi imposte dalle religioni, inclusa quella cattolica. Io e mia moglie viviamo insieme da trentotto anni, se non fossimo anche amici vivremmo separati. Il cinema è in genere antifemminista e dice che le donne sono diverse e questo non è vero. Gli uomini e le donne sono la stessa cosa, si sostengono l’un l’altra così come la moglie di Averroè aiutava suo marito e viceversa.

Il destino è stato interpretato da qualcuno anche come una critica all’Occidente. Perché ?

La matematica, la medicina, l’algebra, l’astronomia, la cartografia sono scienze che sono incominciate tutte con gli Arabi. Ora l’Occidente ci tratta come barboni e si sbaglia. Pochi secoli fa voi occidentali eravate abbastanza rozzi e brutali e che cosa dire di Hitler o di Mussolini ? Non è bello che oggi voi abbiate le stesse bugie, le stesse torture e distinzioni razziali di un tempo. Quando avete bisogno degli Arabi vi lanciate ai loro piedi per il petrolio, quando non ne avete bisogno dite loro semplicemente : Andate a casa ! Questo e non solo questo – è ovvio – è l’Occidente. Non potete scagliarvi contro il fondamentalismo se non riconoscete i vostri stessi errori nei confronti del popolo arabo.

E’ contento di avere vinto il premio del cinquantenario a Cannes ?

Spero che sia un’arma per potere aiutare il mio paese e il mondo arabo a capire le proprie radici e ad abbandonare il fondamentalismo. Mentre noi siamo qui a festeggiare dobbiamo ricordare che siamo nel pieno della battaglia. In Egitto già mi “processano” per un film che non hanno ancora visto ; ma se cediamo alla paura non avremo più la speranza e dovremo invece conquistare altri cuori alla lotta per la tolleranza. Mi piacerebbe che tutti i governi occidentali fossero fianco a fianco nella lotta al fanatismo con quelli dei paesi come il mio che si vuole sbarazzare di questa piaga.

Averroé era anche un ballerino?

Certamente e mi dia retta! Non si fidi di un filosofo che non ama danzare…

Marco Spagnoli (www.cinema.it, febbraio 1998)

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“Un gattino spaventato dallo spazio di nome E.T.”

Intervista a Carlo Rambaldi (2002)

Vent’anni dopo l’amore per E.T. sembra non essere diminuito. Il film di Steven Spielberg riproposto nelle sale di tutto il mondo ha rinnovato il successo del simpatico alieno creato da Carlo Rambaldi che spiega la genesi di un personaggio che ha fatto la storia del cinema.

Da dove nasce l’esigenza di proporre nuovamente al pubblico un film come E.T. entrato nell’immaginario collettivo?

Il merchandising di E.T. non ha mai smesso di essere venduto in questi venti anni e non è stato cambiato rispetto ai modelli originali, i grandi negozi di giocattoli sono ancora oggi pieni dei pupazzetti di E.T. che sono sempre molto richiesti. L’Universal quindi non voleva lasciarsi sfuggire l’occasione di riproporre un film tanto importante al cinema. Dopo vent’anni, però, la pellicola è andata. Così hanno deciso di ristamparlo. Al momento in cui si trattava di ristampare l’intero film ecco che Spielberg ha deciso di apportare delle migliorie, reintegrando quella scena tagliata in originale e lavorando con il computer per alcune correzioni.  In E.T. ci sono centosessanta inquadrature in meccatronica. Se fossero fatte con il computer Spielberg avrebbe dovuto assumere duecento persone che avrebbero lavorato per otto mesi e non per un mese e mezzo spendendo quattro volte tanto.

Come è cambiata la sua tecnica di lavoro nel corso del tempo?

Uso ancora la plastilina, come primo approccio manuale alle mie creazioni, con la tecnica digitale tu vedi nascere il tuo personaggio, con la plastilina lo fai nascere: questa è una differenza sostanziale.

La leggenda narra che lei si sia ispirato al suo gatto per il volto di E.T.

E’ una leggenda “fondata” chiunque ha a casa un gatto e magari un gatto himalayano può scoprire da sé quale sia la caratteristica principale del volto di E.T. ovvero l’innocenza. Quando Spielberg mi diede la sceneggiatura io avevo capito subito che si trattava di un bambino venuto dallo spazio e che sulla Terra oltre a sembrare maldestro, sentiva di essere stato aggredito dai terrestri. Lui non sapeva chi fossero gli abitanti del nostro pianeta. Per quello che ne sapeva potevano essere anche degli animali terribili e armati. Per questo il pianeta di E.T. doveva essere un luogo pacifico e tranquillo dove era l’innocenza il tratto dominante. I gatti himalayani hanno questi tratti innocenti che io volevo replicare. Magari anche forzando la natura aumentando il rapporto che c’è tra la distanza degli occhi dei gatti e così insistendo sulla caratteristica dell’innocenza, enfatizzata anche dal collo lungo “alla Modigliani”. La mia idea era che fosse impossibile dire se E.T. fosse giovane o vecchio.

Cosa rappresenta  per lei la magia del cinema rapportata agli effetti speciali?

Quando si guarda E.T. ci si dimentica di quello che c’è dietro e nella fattispecie dentro. Credo che pochissimi spettatori abbiano mai pensato di trovarsi dinanzi ad un pupazzo come anche nel caso del mostro di Alien. La tecnologia unita ad un buon movimento registico della macchina da presa serve solo a fare dimenticare quella che è l’artificiosità del cinema. Quella magia che serve a creare il cinema in quanto tale.

Si dice che lei avrebbe dovuto lavorare con Roberto Benigni per il Pinocchio attualmente in post produzione…
Roberto mi ha chiamato per incontrarmi. Mi chiese un consiglio per rendere credibile l’allungamento della coda dell’asino, risposi che c’erano molti modi per farlo e non era necessario mostrare la coda: bastava riprendere la coda corta, il volto dell’asino stupito, successivamente far vedere la coda allungata. Roberto si mise a ridere e ha detto ‘non ci avevo pensato’. Dopo non sono stato più contattato.

Lei è da sempre nemico degli effetti speciali realizzati tramite il computer e il digitale. Perché? Crede che ci sia davvero una perdita di qualità?

Io credo che la vera qualità al cinema stia solo nella reazione del pubblico. Oggi il pubblico fugge dalle sale e – comunque – non va certo più al cinema per vedere gli effetti speciali dei film. Questo per colpa del modo di realizzare questi effetti e per la mancanza di scrupoli di alcune delle società che lavorano in questo campo. Il digitale ha portato all’appiattimento. Per fare un film come E.T. ci volevano ampie conoscenze di anatomia, di recitazione, di chimica, di meccanica e di animazione. Per animare il pupazzo di E.T. eravamo in venti e ognuno di noi era responsabile di un pezzo. In cinque o sei animavano un solo braccio. Dovevamo lavorare con una sincronia perfetta e non potevamo stare attorno al pupazzo, ma solo a venti metri per non disturbare la troupe che effettuava le riprese. Dovevamo accontentarci del controllo video e con un po’ di allenamento ci siamo riusciti. Io ero l’interlocutore del regista, mentre nei film fatti con il computer un autore non può controllare tutti i duecento elementi che lavorano ad ogni singolo dettaglio. In E.T. Spielberg, invece, con  il pupazzo vero correggeva sulla scena le luci sbagliate o un piccolo movimento che non gli piaceva. Cosa che con il computer non è possibile. Spesso i registi lasciano correre, perché non vogliono ammettere l’errore e spendere soldi per tornare indietro. L’animazione è standardizzata e la fotografia ne soffre moltissimo. E’ la scala di montaggio della spettacolarità… E.T. in digitale non avrebbe avuto lo stesso risultato. Del resto se ET fosse stato girato in digitale oggi non ci sarebbe stata una riedizione. L’arte richiede ben altro.

Eppure il cinema ha potuto così creare delle nuove professionalità…

A scapito di quelle vecchie: l’Universal ha licenziato l’ottanta per cento dei suoi falegnami. Ne ha tenuto solo alcuni per le emergenze con scenografie che il computer non può ricreare. Le comparse “scompaiono” dai film, perché oggi una strada può essere riempita di gente dal computer. La tecnica sconvolge il cinema alla sua radice.

E i costi?

E.T. è costato undici milioni di dollari con centosettanta inquadrature del pupazzo. Se fosse stato realizzato in digitale sarebbe costato il quadruplo e sarebbe stato girato in otto mesi anziché in tre.

Come spiega il disinteresse del pubblico per il cinema di effetti speciali?

Il pubblico stesso sa riconoscere la differenza. Una volta il cinema proponeva prodotti unici e irripetibili, mentre adesso qualsiasi ragazzino può creare qualcosa del genere a livello amatoriale con il suo computer a casa in grado di emulare un Avid. La magia del cinema regge se le persone non capiscono come sono fatti gli effetti speciali. Perché Matrix e La tigre e il dragone hanno avuto tanto successo? Perché gli attori volavano con il trucco più vecchio del cinema: il filo. E nell’era del computer nessuno era riuscito a riconoscerlo…certo, il computer aiuta. Ripulisce il muso di E.T. dopo vent’anni e cancella le tracce dei fili e dell’artigianalità del cinema. Ma non può essere l’oggetto dell’effetto speciale e – soprattutto – non può diventare il cuore del nostro lavoro….io – da parte mia – preferisco non avvicinarmi mai al computer…

Il mondo del cinema è cosciente di queste critiche?

Macché! Per Matrix hanno lavorato in duecento. Così quando qualcuno doveva ritirare l’Oscar è stato chiamato sul palco l’amministratore delegato della Società che da buon uomo d’affari non sa nulla di cinema, di computer e di animazione. E non ha nemmeno nominato chi il film l’ha fatto davvero…

Se Spielberg avesse diretto oggi E.T. come l’avrebbe realizzato?

Sicuramente non con me…la meccatronica è una tecnica estremamente impegnativa. Lavorare in digitale è molto più accomodante e glamour: stai in un ufficio insieme a cento persone che neanche si conoscono, e in poco tempo realizzi un’intera sequenza, mentre fai altre cento cose.

Da europeo qual è il segreto per battere il cinema americano?

La coproduzione: gli americani fanno i soldi perché un loro prodotto viene distribuito in tutto il territorio nazionale, ammortizzando, così, i costi. Un mercato cinematografico può funzionare a budget molto elevati. Questo richiede soltanto un’industria europea. Un unico stato del cinema. Questo è l’unica maniera per fare guerra all’America e vincerla.

Dica la verità: avete mai pensato ad un seguito di E.T.?

No, mai. Si rovinerebbe anche il primo. E se E.T. tornasse dovrebbe rincontrare i suoi amici del passato che oggi sono tutti adulti e – a parte Drew Barrymore – tutti pessimi attori.

Marco Spagnoli (Giornale dello Spettacolo, aprile 2002)

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Intervista a Antony Minghella (2000)

Il Talento di Mr.Damon

E’ possibile che un regista venda al pubblico delle visioni. E’ anche possibile che un autore riesca a offrire dei sogni alle platee dei suoi film. Più difficile e anche più raro che uno scrittore abituato a raccontare storie, decida di cambiare completamente genere e darsi al cinema, per dipanare dal punto di vista visivo, lacci e laccioli delle trame che intende trasporre sul grande schermo. Questo è quello che più o meno è accaduto ad Antony Minghella, autore colto e raffinato, figlio di emigrati italiani in Inghilterra proprietari di una gelateria che ancora oggi si vanta di sapere fare un ottimo gelato di vaniglia. Il suo preferito.

Mr. Minghella, chiunque veda il suo ultimo film Il talento di Mr.Ripley non può non pensare che assurdità sia stato non candidare all’Oscar il film, la sua regia e soprattutto Matt Damon. Lei come l’ha presa, invece?

E’ strano: abbiamo avuto cinque nominations all’Oscar e se uno me lo avesse pronosticato il giorno dell’inizio delle riprese mi sarei buttato in ginocchio a ringraziare Dio. Adesso sono così orgoglioso di quello che Matt Damon ha fatto nel mio film che mi sembra quasi impossibile immaginare cinque attori più degni di lui a meritare la nomination. Poiché mi considero il padre di questo film posso dire che sono in qualche maniera dispiaciuto anche se – lei lo sa – Il paziente inglese che vinse nove oscar – adesso – con quel premio non è di certo migliorato. Così come non sarebbe peggiorato se di statuetta non ne avesse vinta nessuna. Il talento di Mr.Ripley è un film provocatorio e più difficile rispetto il mio precedente film. Io ne sono ancora più orgoglioso.

Il talento di Mr.Ripley è un altro film sull’Italia…

Ed è un’altra prova della mia relazione amorosa con il vostro paese. Un giornalista a Berlino mi ha chiesto quanto ero italiano. Io ho risposto che tramite il cinema lo sto scoprendo. Il sogno di Ripley è quello di scappare dall’oscurità per arrivare nella luce. Il paradiso terrestre che ho scelto di offrirgli era l’Italia.

Ma perché questo amore per l’Italia?

Quando scrivevo commedie per il teatro in Inghilterra non mi sentivo affatto a mio agio. Sentivo di sbagliare in qualcosa. Una volta mi fu chiesto di compilare la lista dei miei film preferiti e mi sono accorto che non c’era nessun film americano o inglese. Erano tutte pellicole italiane. Quel giorno mi sono accorto che sebbene il mio accento fosse inglese il mio cuore era italiano. Il passato per me è  come incontrare il cinema che ho amato. Mi piace pensare che mentre Ripley cammina per le strade di Roma, solo qualche metro più in là Federico Fellini sta girando La dolce vita.

Come spiega la sua grande passione per il passato?

Perché è un’occasione per viaggiare verso un luogo diverso. Consente di visitare un altro paese e il pubblico ti segue con meno pregiudizi di quanto fa se gli racconti a una storia del presente. Gli spettatori sono arrendevoli e non sono sempre razionali. La Mongibello di Ripley non è mai esistita. Ma il pubblico ti perdona anche quello…

Che difficoltà ha avuto nell’adattare la storia di Ripley?

La difficoltà principale sta nel bilanciare la storia con il tema del film. Le avventure di Ripley sono molto interessanti, perché un uomo che in un film normale potrebbe essere considerato l’antagonista – in questa pellicola – diventa il protagonista. Ovviamente come regista il mio lavoro era quello di creare la tensione e la suspence.

Il film è però incentrato su una tematica ancora più interessante e profonda: qual è il prezzo che sei disposto a pagare per costruire te stesso?

Chi è per lei Ripley?

Un pericoloso animale selvaggio, simile a noi solo nel fondo del suo cuore. Un personaggio da girone dantesco. E’ come l’uomo che amava le donne ed è costretto a rincorrerle sempre senza raggiungerle mai. Per me Il talento di Mr.Ripley racconta la storia del suo inferno. Mentre scrivevo la sceneggiatura continuavo a pensare alla crudeltà che i bambini mostrano l’uno contro l’altro. Fin da piccoli apprendiamo come nascondere quello che possediamo di speciale dentro di noi. La metafora del film è in questa cosa, ovvero nel racconto dell’identità che siamo costretti ad assumere per mascherare quello che siamo in realtà e di cui spesso ci vergogniamo.

Cosa risponde a chi ha criticato la sua scelta di Matt Damon come attore principale?

Il problema è che a me non interessa realizzare pellicole che siano quasi delle ‘lezioncine’ per il pubblico, né raccontare le vite di uomini prevedibili. Chi ha visto Matt Damon nel mio film si renderà conto che è una critica infondata, assurda e vagamente offensiva. Matt è un ragazzo straordinario. Abbiamo girato per circa cento giorni e lui era praticamente in ogni scena. Ha lavorato con noi dall’inizio alla fine. Pochi attori avrebbero mostrato altrettanto impegno. Le voglio raccontare una storia per farle capire chi è davvero Matt Damon: il secondo giorno delle riprese io e il mio aiuto regista stavamo ammirando un orologio Reverso. Matt passa gli butta un’occhiata e va a lavorare sul set. Steve – il mio assistente – era entusiasta di quell’orologio, ma quando siamo tornati a lavorare se l’era praticamente già dimenticato. L’ultimo giorno delle riprese tutti eravamo molto emozionati. Matt va da Steve e gli porge un pacchetto. All’interno c’era un orologio identico a quello che avevamo visto quel giorno. Vede, gli attori a volte fanno dei regali ai registi o ai produttori, mentre non avevo mai visto prima un attore che faceva un regalo a chi non avrebbe mai potuto aiutarlo per la sua carriera. Matt è una persona incredibile, che ha a cuore la felicità di tutti, è un uomo esemplare. La maggior parte degli attori non è così generosa.

Il talento di Mr.Ripley è una pellicola eccitante. Le sue atmosfere ricordano la tensione ‘vera’ del cinema di Alfred Hitchcock…

Lei dice? Personalmente non sono mai stato interessato dai gialli, dai polizieschi e dai thriller. Credo, però, di essere stato fortemente influenzato da un grande autore inglese che aveva enunciato cinque qualità per diventare degli ottimi scrittori: la prima era  la compassione, la seconda era la compassione, la terza era la compassione, la quarta era la compassione, la quinta era la compassione. Quello che ho provato a fare in questo film è stato di raccontare un personaggio negativo e la sua storia apparentemente sgradevole e dark e di averlo fatto tramite queste cinque qualità. Quella di Ripley è una storia scritta da chi non ha mai avuto tempo per Dio che è diventata un film diretto da una persona che è ossessionata da Dio. Non Dio inteso come figura tradizionale, ma inteso come figura dello Spirito. Molti mi hanno chiesto perché Ripley si comporta senza seguire delle coordinate morali. Per me, invece, il mio film è pericolosamente morale.

Girerà mai un sequel di Ripley tratto da uno degli altri tre romanzi scritti da Patricia Highsmith?

Credo proprio di no.

Qual è allora il suo prossimo progetto?

Girerò Cold mountain che è tratta da un romanzo di Charles Frazier. Una versione dell’Odissea ambientata durante la guerra civile americana. Mi ero ripromesso di non girare mai più l’adattamento di un romanzo, ma dopo avere letto questo mi sono detto:”Solo un altro ancora…”.

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