Marco Spagnoli

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Il Mattino su Cecchi Gori – Una Famiglia Italiana disponibile on line

Cecchi Gori – Una Famiglia Italiana disponibile on line

Cecchi Gori – Una famiglia italiana è il film, scritto e diretto da Simone Isola e Marco Spagnoli, presentato in prima mondiale alla Festa del Cinema di Roma e in uscita dal 14 luglio in PRIMA VISIONE ON DEMAND sulle principali piattaforme, CG Digital, Apple Tv, Google Play, Chili e Rakuten, che racconta l’irripetibile avventura di una famiglia di produttori, Mario Cecchi Gori, e suo figlio Vittorio, in grado per sei decenni di regalare al nostro cinema molti dei suoi più grandi successi di pubblico e di critica, in Italia e all’estero. Una factory capace di creare fenomeni di divismo entrati nell’immaginario collettivo, e forse a incidere positivamente nelle vite di un Paese. Una storia ineguagliata nel nostro cinema, che si può sintetizzare con un numero: 4 premi Oscar.

A raccontare questa storia è Vittorio Cecchi Gori, protagonista a sua volta di una storia-nella-storia, appassionata, drammatica e avventurosa come un film. Dalle sue parole di uomo che ha conosciuto la gloria e la polvere, e un presente di resistente dignità, gli spettatori hanno in regalo non solo la visione di titoli che li hanno accompagnati per mezzo secolo, e ancora oggi. Ma anche un’epica privata che racconta molto dell’Italia, della sua storia, politica, potere, e umanità.

In Cecchi Gori – Una famiglia italiana, si trova il racconto di un grandissimo sogno, una ineguagliabile lezione su cosa è il cinema, e un pezzo delle vite di tutti, noi spettatori.

Prodotto da Giuseppe Lepore per Bielle Re, e distribuito da Istituto Luce-Cinecittà, Cecchi Gori – Una famiglia italiana vede le preziose testimonianze di un cast stellare, amici rimasti vicini nonostante tutto a Vittorio Cecchi Gori: dai vincitori dell’Oscar Roberto Benigni e Giuseppe Tornatore, ai campioni di incassi Leonardo Pieraccioni e Carlo Verdone, agli amici Lino Banfi, Rocco Papaleo Marco Risi. Nonché ai grandi allenatori e campioni della Fiorentina, passione di famiglia,  Giancarlo AntognoniClaudio Ranieri e Roberto Mancini, attuale CT della Nazionale di Calcio italiana.

SINOSSI

È proprio il produttore Vittorio Cecchi Gori in prima persona a raccontarsi nel docufilm di Simone Isola e Marco Spagnoli, ripercorrendo la nascita e l’ascesa del più grande gruppo di produzione e distribuzione cinematografica italiano di tutti i tempi, con oltre 300 successi prodotti e ben oltre 1.000 distribuiti in 50 anni di continua crescita con “Silence”, il film di Martin Scorsese uscito nel 2016, ultimo film che ha visto Vittorio Cecchi Gori nella compagine produttiva. 

“CECCHI GORI – Una famiglia italiana” è la storia di padri e figli, intellettuali appassionati, uomini talora deboli dinanzi alle tante donne delle loro vite, ma – nota il regista Marco Spagnoli – è anche il racconto di una bottega rinascimentale diventata industria con l’ambizione di trasformarsi in qualcos’altro ancora”.

CECCHI GORI

UNA FAMIGLIA ITALIANA

Regia Simone Isola, Marco Spagnoli

Fotografia Mauro John Capece                         

Montaggio Jacopo Reale 

Musiche originali Max Di Carlo                                                 

Audio           Arianna De Luca                            

Durata 100’

Prodotto da Giuseppe Lepore

Con l’amichevole partecipazione di Giancarlo Antognoni, Lino Banfi, Roberto Benigni, Mariagrazia Buccella, Osvaldo De Micheli, Roberto Mancini, Valeria Marini, Rocco Papaleo, Leonardo Pieraccioni, Tonino Pinto, Claudio Ranieri, Marco Risi, Giuseppe Tornatore, Carlo Verdone

Una produzione Bielle Re

Una distribuzione Istituto Luce-Cinecittà

Figli del Destino vince un premio speciale ai Nastri d’Argento 2020

Dopo i Nastri d’Argento per i lungometraggi, ecco il palmarès dei documentari 2020. Premio speciale nel segno dell’attenzione alla memoria per Figli del destino, prodotta da Red Film in collaborazione con Rai Fiction, diretta da Francesco Miccichè e Marco Spagnoli, tra i molti titoli sulla Shoah quest’anno in selezione.

Luna Italiana vince Tsiolkovsky Space Fest, il più importante festival della russo sullo Spazio

 Il documentario “Luna Italiana – Rocco Petrone e il viaggio dell’Apollo” di Marco Spagnoli, prodotto da Istituto Luce-Cinecittà in collaborazione con History Channel e con il patrocinio di Agenzia Spaziale Italiana e NASA, ha vinto il Premio ex-aequo come Miglior documentario al Tsiolkovsky Space Fest, il più importante festival della russo sullo Spazio, legato al Museo permanente dell’Esplorazione spaziale, e uno dei principali del mondo dedicato al settore. Il documentario di Marco Spagnoli ha condiviso il Gold Prize dello Tsiolkovsky per il Miglior Documentario di oltre 50 minuti, insieme ai registi Maxim Vasûnov e Roman Naumenkov (Russia) autori del film “Baikonur. La caduta di Babbo Natale”.

“In tempi come questi la figura di Rocco Petrone ci ricorda come si possano superare tutti gli ostacoli anche nei momenti più difficili e duri” commenta Marco Spagnoli. “Essere selezionato dallo Tsiolkovsky Space Fest di Mosca, che si tiene proprio nel centro principale di addestramento dei Cosmonauti è stato un grande onore. Poi, vincere il premio per il Miglior Documentario è davvero qualcosa di straordinario ed è un’impresa paragonabile idealmente, dal punto di vista cinematografico, alla conquista della Luna. Un risultato di cui mi sento molto onorato e per il quale ringrazio Renato Cantore, il co-sceneggiatore che mi ha raccontato per primo questa storia, tutto il team dell’Istituto Luce a partire dalla produttrice Maura Cosenza e dal montatore David Paparozzi, Simone d’Amelio Bonelli e il team di History Channel, nonché l’Agenzia Spaziale Italiana che guidata da Francesco Rea ci ha aiutato a ricostruire scientificamente il racconto e a stabilire un rapporto proficuo con NASA per ottenere materiali inediti”.

“È un grande risultato per un documentario dedicato alla corsa alla Luna e che ci fa sentire orgogliosi, perché incentrato su un grande italiano, figlio di emigrati in America – commenta il Presidente dell’Agenzia spaziale italiana Giorgio Saccoccia – Una storia come tante che descrive il genio e la passione di tantissimi italiani nel mondo! Ed è un prestigioso premio che sentiamo un po’ nostro per aver creduto, come ASI, in questo progetto e averlo sostenuto. La diffusione della cultura scientifica è uno dei mandati statutari dell’Agenzia Spaziale Italiana e noi perseguiamo queste obiettivo avvalendoci di ogni forma di comunicazione, comprese forme dell’arte capaci di raggiungere pubblici altrimenti lontani. Al regista Marco Spagnoli le mie più vive congratulazioni”.

“Nessuno potrà mai dire abbastanza bene di Rocco Petrone. Non saremmo mai arrivati sulla Luna in tempo o, forse, non ci saremmo mai arrivati senza Rocco”. Con queste poche parole Isom “Ike” Rigell, ingegnere capo del Kennedy Space Center e addetto alle operazioni di lancio, – sottolinea una nota – restituisce tutto il peso di una figura rimasta a lungo in ombra, ma che ha avuto un ruolo centrale nel lungo e difficile percorso che ha portato, il 20 luglio del 1969, alla discesa dell’uomo sulla Luna: Rocco Petrone (1926-2006), un uomo timido e ombroso, inflessibile, infaticabile, che si è guadagnato il soprannome di “tigre di Cape Canaveral”.

Il documentario “Luna Italiana” ricostruisce la vita e la personalità di Rocco Petrone, direttore delle operazioni di lancio dell’Apollo, collaboratore chiave di Wernher Von Braun, che ha svolto un ruolo chiave nella conquista del cosmo. Ispirato dal libro di Renato Cantore, “Dalla Terra alla Luna, Rocco Petrone, l’Italiano dell’Apollo 11”, edito in Italia da Rubbettino, il documentario ricostruisce la vita di questo figlio di emigranti della Basilicata: nato negli USA e, grazie allo Ius Soli, cittadino americano, poté frequentare l’Accademia di West Point, laureandosi poi in ingegneria al MIT. Entrato nel leggendario gruppo di ingegneri che ad Hunstville in Alabama fondarono il nucleo di quella che nel 1958 sarebbe diventata la NASA, realizzò con loro la promessa di John Fitzgerald Kennedy di portare l’uomo sulla Luna prima della fine degli anni Sessanta.

Grazie a rare immagini di repertorio provenienti dagli archivi dell’Istituto Luce, Teche Rai, Associated Press, BBC e NASA, “Luna Italiana” racconta la storia della corsa allo spazio, ovvero il duello tra America e Unione Sovietica, in un viaggio attraverso la scienza, la cultura pop e la vita politica di quegli anni.

L’International Space Film Festival “Tsiolkovsky”, dedicato a uno dei padri dell’astronautica, è focalizzato sulla storia e modernità dell’astronautica. Gli obiettivi principali del festival cinematografico sono la formazione di un costante interesse degli spettatori nella produzione cinematografica dedicata all’astronautica, l’avvio della produzione e distribuzione di film sullo spazio, la creazione di prerequisiti per un dialogo internazionale tra scienziati e registi, nonché rappresentanti di altre aree dell’arte, che, ovviamente, possono diventare la giusta direzione per l’ulteriore sviluppo del cinema sullo spazio e la divulgazione dei risultati scientifici e tecnologici.

Paolo Del Brocco e Luigi Lonigro raccontano il line up di Raicinema

Il Corriere del Mezzogiorno mi dedica un’intervista

Vanni Fondi mi dedica un’intervista per parlare di Doc, di Mia Market, di Gala del Cinema e della Fiction.

Il Corriere della Sera sui miei doc finalisti ai Nastri

Segnali di Vita

Segnali di Vita

Sinossi

In un quartiere di Roma dal giorno alla notte, il tempo trascorre nel silenzio della strada, nell’assenza di persone, nei palazzi che si riempiono di suoni digitali: telefonate, messaggi, videochiamate…fino a quando una musica antica accompagna i sogni dei bambini verso una nuova  speranza.

Segnali di vita che tra comunicazione e testimonianza di un’esistenza ancora possibile costituiscono il tempo sospeso di una quarantena che assomiglia ad una guerra senza sangue e ad un bombardamento senza bombe dove cose ed edifici restano intatti e dove uomini e donne scompaiono, lasciando tempo, spazio e suoni alle loro alterità digitali.

E’ morta Giovanna Cau: il mio ricordo

Ci sono biografie che – se lette – non rendono giustizia e quella di Giovanna Cau è una di queste:

avvocata, agente cinematografica, staffetta partigiana, donna impegnata in politica, consigliere comunale di Roma…sono definizioni riguardanti momenti della sua esistenza che le stanno “strette” soprattutto per chi l’ha conosciuta e apprezzata.

Giovanna Cau era una donna, una “grande” donna capace di bistrattare, terrorizzare chiunque, nonostante il suo fisico minuto e il suo bastone che veniva né più, né meno brandito come un prolungamento delle sue parole: un oggetto ‘animato’ che la rappresentava tanto, quanto gli abiti che, sempre elegantissima, sfoggiava.

Ho conosciuto Giovanna Cau a cena dai miei suoceri: l’avevo vista e ascoltata in tanti eventi legati al cinema, ma non le avevo mai parlato direttamente. Non avevo motivo di farlo. Quella sera, invece, a Trastevere ero rimasto subito ipnotizzato dalla sua verve, dalla sua simpatia, dalla sua capacità di guardare alla politica e al mondo con impegno e divertimento. Mi incuriosiva il suo essere in grado di zittire tutti con una voce resa roca dal fumo, mettersi a urlare e litigare per questioni etiche ‘non negoziabili’. Era l’espressione e la protagonista di un mondo che, oggi, non c’è più e che bisognava provare a raccontare: ricordo che quando le proposi di realizzare un documentario su di lei, su suggerimento di mia moglie Orsola, figlia del suo medico e amico Antonio Severini, lei era molto scettica. Ma le mie intenzioni erano chiare: trovavo assurdo che di lei non esistessero foto, interviste, dichiarazioni. Mi sembrava incredibile che i miei figli potessero conoscere ogni dettaglio della vita di Lady Ga-Ga, ma non sapere nulla di una donna che aveva segnato il Novecento come collaboratrice di Fellini, Pietrangeli, Scola, Sophia Loren e tantissimi altri che qui sarebbe troppo lungo elencare e che aveva lottato per dare il voto alle donne nel 1948.

Come dimostrano anche le bruttissime foto pubblicate in rete, nessuno, mai, aveva pensato di raccontare la sua storia. E’ ovvio che sarebbe stato difficile farlo: rifiutava le interviste, figurarsi un film sulla sua vita… Aveva fatto della riservatezza uno stile e della discrezione un obbligo a sé stessa e alle persone che la circondavano. D’altronde il suo era un mondo fatto di Stelle vere. Era l’anti Instagram fatta persona. Quando il Venerdì di Repubblica volle fare un pezzo su di lei all’uscita del documentario i colleghi non credevano che di Giovanna Cau esistessero solo 14 foto e con Marcello Mastroianni, una sola…Un punto di forza che la facevano rispettare da parte di tutti: ricordo che – in attesa di andare in diretta insieme a Laura Boldrini a Sky Tg24 – nel camerino incontrò l’allora Ministro Fornero con cui ingaggiò immediatamente un dibattito politico molto intenso.

Credo di averla convinta a fare questo documentario perché, oltre in virtù della moral suasion di mio suocero e dell’altro suo grande amico, nonché mio mentore, Felice Laudadio, le dissi chiaramente che a me non interessava fare un ‘coccodrillo’, avendo perso i miei genitori a vent’anni, avevo e ho un rapporto con le età molto disincantato e incerto. Per me lei rappresentava la vita e volevo raccontare la sua vitalità straordinaria. Scaramanticamente aveva preparato il suo necrologio molto tempo prima. Oggi, una decade più tardi, posso dire di essere felice di averla convinta e avere rapidamente coinvolto tre amici Paolo Monaci, Riccardo Grandi e Luca Lucini a produrlo, nonostante nessun canale lo avesse commissionato.

Giovanna Cau, così, ha raccontato la sua grande e straordinaria storia di protagonista del cinema italiano, coinvolgendo amici registi come Ettore Scola, Carlo Lizzani, Giuliano Montaldo, ma anche guidandomi all’interno di mezzo secolo e passa di storia dello studio che ha avuto dal 1947 fino al 2015. Memorabili le sue battute, fulminanti le sue idee, i suoi scherzi che proseguirono anche durante la promozione del film.

Non fu facile farle accettare tutto quello che avevamo fatto: Tonino Guerra in una battuta dice: “Non si può capire il cinema italiano se non si conosce Giovanna Cau”. Una frase che la fece infuriare e che le sembrava ‘troppo’. Quando vide il montaggio mi disse “Dovevi fare notare a Tonino che stava esagerando (Non disse così, l’espressione fu molto più cruenta, ma consegniamo alla Storia il senso…) “ e io risposi che non potevo correggere uno dei più grandi poeti e sceneggiatori del Novecento italiano… insomma, la modestia era per lei una sorta di mantra…

Uno dei miei più grandi crucci sul set era che ogni giorno mi chiedeva la sceneggiatura e io le spiegavo che essendo un documentario non c’era un copione e che lei non era un’attrice.

Ovviamente quando le furono consegnati prima il Globo d’oro della Stampa Estera dalla Presidente Elisabeth Missland eppoi il premio come Migliore attrice di documentario da Laura Delli Colli, la prima cosa che fece fu telefonarmi e dirmi “Visto che avevo ragione: se facevo l’attrice ci voleva una sceneggiatura…” Avevi ragione tu Giovanna e solo una come te, poteva morire il 7 marzo, quattro giorni prima di compiere novantasette anni e poche ore prima dell’8 marzo cui tenevi tanto e di cui, anche questa volta, sei l’assoluta protagonista.

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